Commento all’articolo:
L’uomo e la natura di don Gianni Baget Bozzo |
“Maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai cibo
Tutti i giorni della tua vita”
(Genesi 3,17)
Quando si parla di natura è inevitabile cadere nell’inganno teso dal nostro stesso linguaggio che è, a sua volta, frutto di un’inaggirabile separazione che fa parte integrante del particolare modo d’essere dell’umanità. Sia infatti che si proclami l’unità di uomo e natura sia che se ne affermi la separazione ed il rapporto di conflittualità, si dimentica che a parlare di natura siamo pur sempre noi, cioè esseri abitati dal linguaggio, ovvero quella particolare modalità di comunicazione simbolica che ci contraddistingue.
Nel mondo linguistico ogni realtà sta per qualcos’altro, rimanda a, il significante cerca il significato generando così una catena di rimandi infiniti che risulta in ultimo orfana del significato.
Questo vale non solo per la cosiddetta “lingua naturale” ma anche per ogni altro tipo di linguaggio elaborato dall’umanità incluso quello logico-matematico.
“Che un’immagine […] possa descriversi mediante una rete di forma data, non enuncia nulla intorno all’immagine.” Così Wittgenstein alla proposizione 6.342 del suo Tractatus logico-philosoficus e, poco più avanti conclude la proposizione 6.35 così “Leggi come il principio di ragion sufficiente etc., trattano della rete, non di ciò che la rete descrive.”.
Siamo verso la fine dell’opera e il suo autore sembra arrivato ad una consapevolezza ben precisa: c’è una differenza radicale tra l’immagine che noi abbiamo elaborato della realtà e la realtà stessa.
Le leggi che il linguaggio della scienza formula si applicano a questa immagine, ovvero alla rete. In altri termini a quella concatenazione di linee e punti interconnessi che usiamo per descrivere la “natura” per poterla così misurare. Esattamente quello che si era proposto Descartes elaborando la sua mathesis universalis (ovvero un metodo che fosse applicabile a tutta quanta la realtà rendendola passibile di essere misurata e ricondotta entro il raggio dell’azione umana).
Diversi anni dopo le intuizioni di Wittgenstein, Martin Heiddegger sintetizza in modo definitivo il problema del nostro rapporto con la natura in una conferenza del 1957 intitolata, successivamente, Scienza e meditazione: “la teoria non passa mai oltre la natura già presente e in questo senso non aggira mai la natura. La fisica può bensì rappresentare la più generale e comprensiva legalità della natura in base all’identità di materia e energia; questa natura rappresentata dalla fisica è certamente la natura stessa, e tuttavia essa è innegabilmente solo la natura come campo di oggetti, la cui oggettità si determina solo in forza del lavoro della fisica e viene prodotta soltanto in questo lavoro. La natura, nella sua oggettità per la scienza moderna, è solo uno dei modi in cui ciò che è presente, e che da sempre viene chiamato φύσις, si manifesta e si offre all’elaborazione scientifica.”
Lo sguardo umano è affetto da una scissione radicale che il testo della Genesi sopra riportato riconduce ad una ferita originaria che affligge l’essere umano e, contestualmente, anche il resto della realtà che era stata in origine affidata alle sue cure per essere portata a compimento. Tutto ciò che segue dopo nel testo biblico è sia la storia del fallimento del progetto divino sia il lungo cammino dell’Alleanza, cammino lungo il quale, gradualmente “Dio usa le parole dell’uomo e l’uomo usa le parole di Dio. Il patto consiste in questo, che le parole abbiano lo stesso senso quando sono adoperate dall’una e dall’altra delle parti”. Paul Beauchamp individua, in questo passo della sua opera Testamento biblico, il rovesciamento della prospettiva tradizionale tipicamente umana. L’umanità è, da sempre, impegnata nel tentativo di ricondurre tutto a sé, ogni religione in questo senso può essere vista come il tentativo (destinato a fallire) di amministrare il non amministrabile. Il Dio biblico introduce una novità e si mette in cerca dell’uomo per insegnargli, di nuovo, a parlare quel tipo di “linguaggio” che egli ben conosceva prima della caduta, quando era in grado di entrare in rapporto con i viventi e con la realtà tutta in modo diretto. Al di fuori di questa logica altra (che poi logica non è perché si muove in spazi di libertà che per la logica sono semplicemente incomprensibili) ogni possibile rapporto con la natura è destinato a muoversi dentro un’inevitabile incomprensione riducendo la natura o ad idolo da adorare o a semplice sfondo per i progetti della scienza umana sempre alla ricerca della creazione di un mondo che sia sempre mondo (cioè di una realtà dove tutti i conti tornino, ordinata e sotto controllo, pulita).
Con felice intuizione poetica Eliot nei Cori da “la Rocca” scrive a proposito degli uomini:
“Essi cercano sempre d’evadere
Dal buio esterno ed interiore
Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno
Avrebbe bisogno d’essere buono”
Fabio Campinoti
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