Commento all’articolo:
L’uomo e la natura di don Gianni Baget Bozzo |
“È tutt’altro che facile dire se la natura si sia dimostrata per l’uomo una madre generosa o una spietata matrigna” (VII, 1). In fondo questa frase del filosofo ed astronomo romano Plinio il Vecchio conserva una verità che è stata ed è, di fatto, “il fuoco nel motore” dell’esistenza dell’umanità. La solitudine dell’uomo innanzi alla natura altro non è che il frutto della composizione caotica della Creazione in cui egli scopre il suo limite ed il suo tratto distintivo versus il resto del Creato, che è contraddistinto da uno Spirito che aleggia animato di puro istinto senza coscienza di se. Quel chaos è inteso non come disordine ma con il suo significato primordiale che esprime un ordine imperscrutabile -che la genealogia degli Dei degli antichi greci definì come una voragine – successivo al nulla, da cui scaturisce il Creato intellegibile nelle sue intime profondità solo dal Creatore. Il rapporto tra l’uomo e la natura si sviluppa, quindi, in funzione dei gradi di libertà assegnati da Dio ai componenti della Creazione in cui l’afflato vitale, sostanza divina che si innerva nel Creato, opera un distinguo che la filosofia greca non intuì, inquadrando gli uomini come parte di un ecosistema con un Prometeo che dona il fuoco agli umani e per tale motivo viene incatenato, mentre tale differenza è esaltata nella Rivelazione cristiana in cui l’uomo acquisisce una sua centralità grazie al dono della somma libertà attraverso il trinomio indissolubile di anima, ragione e coscienza di se, che lo pone in grado di acquisire la consapevolezza della sua genesi come figlio di Dio: a Sua immagine e somiglianza. In questo quadro lo Spirito divino opera secondo uno schema Trinitario e non attraverso un metafisico “Deus Sive Natura” di spinoziana memoria che implica un approccio panteistico di Dio in cui la libertà umana assume solo una connotazione negativa se non conforme a quella del resto del Creato. Il Dio Uno e Trino del Cristianesimo trascende la dualità su cui si fonda la Natura offrendo all’uomo la grazia dell’eternità che si pone oltre il desiderio mondano dell’immortalità biologica, prodotta dalla necessità di sopravvivenza e dalla solitudine di fronte all’universo infinito.
Come colmare l’impotenza dell’uomo di fronte alle leggi precise ed all’immensità della natura? Come sfuggire all’imprevedibilità della morte? Le risposte a tali quesiti hanno plasmato il corso della storia dell’umanità in cui la solitudine dell’uomo innanzi all’Universo ha prodotto religioni e culture, frutto dell’esperienza nel Creato. La cifra della differenza tra l’uomo e la Natura si evidenzia, quindi, attraverso il trinomio – anima, ragione e coscienza di sè- e consiste proprio nel cercare di colere, di coltivare quest’ultima e quindi di umanizzarla e governarla. “Costruire è propriamente abitare. L’abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra. Il costruire come abitare si dispiega nel “costruire” che coltiva, e coltiva ciò che cresce; e nel costruire che edifica costruzioni”. Il filosofo tedesco Martin Heidegger ci indica come l’uomo attraverso la ragione e la cultura, la cui etimologia del termine scaturisce proprio da colere (verbo latino che più identifica la presenza umana all’interno dell’ecosistema universo), abbia prodotto la tecnica nell’intento di trascendere il Creato per spostare il limite del cronos, che è la morte, ed al contempo plasmando un percorso di vita in cui l’umanità edifica il mondano in una relazione ineludibile con il Divino.
Ma questo rapporto di Odi et amo catulliano tra il figlio di Dio ed il resto del Creato è destinato a stravolgere l’essenza della Creazione stessa, poiché il colere dell’uomo del Terzo millennio infrange le regole precise della Natura attraverso il cambiamento del suo approccio: dal governo al dominio di essa. Se egli non cambierà, quindi, il grado di consapevolezza umana, destinato a crescere nella sua Storia, lo trasformerà in un creatore di una natura denaturata in cui la tecnica pone le basi di un mondo tecnologico dove all’afflato spirituale del Divino si innerva solo attraverso la mediazione dell’uomo sempre più debole perché superbo, tentato dall’essere l’Ubermensch (superuomo) come Nietzsche lo intese.
Ma come è possibile che il grado di consapevolezza di se dell’uomo sia destinato solo a crescere tendendo, quindi, a razionalizzare la composizione caotica della Creazione? La scienza e la tecnica ne offrono una spiegazione come teorizzato dal matematico ed informatico Claude Shannon il quale dimostrò che “una sorgente casuale d’informazione non può essere rappresentata con un numero di bit inferiore alla sua entropia (grado di disordine)”. Si comprende, quindi, come l’informazione intrinsecamente legata all’intus legere la nostra circostanza sia destinata ad aumentare in funzione della grandezza del cronos, poiché intimamente correlata al disordine/ordine entropico del cosmo che scientificamente non diminuisce mai (Secondo Principio Termodinamica).
La tecnica, invece, ha prodotto la tecnologia ed essa non è affatto uno strumento neutro, perché determina il reale a prescindere dall’uso che se ne fa: una volta scoperta la scrittura digitale, ad esempio, è difficile tornare indietro al calamaio e ciò implica che la tecnica apre scenari irreversibili. Questo può cambiare la stessa natura umana, poiché il Prometeo del nostro tempo, libero dalle catene, cerca di incatenare l’uomo condizionandolo in ogni suo ambito.
Le parole di don Gianni che descrivono la tragedia dello tzunami indonesiano inquadrano puntualmente uno spaccato di umanità diviso in classi sociali non più fondate sul lavoro del sistema capitalistico, ma sulla base dell’accesso alle tecnologie che permettono loro la salvezza di fronte alla forza della natura. Ed ecco che se l’evoluzione della tecnologia diviene il Frankenstein del nostro millennio, essa punterà a scandagliare i gangli reconditi della Creazione non solo più per scelta arbitraria dell’uomo, ma per opzione imposta perché migliore come predittiva, che si basa sull’elaborazione di una quantità di dati che il cervello umano non sarebbe in grado né di elaborare né di sintetizzare in tempi convenienti. Si apre, così, una nuova era che stravolgerà radicalmente ogni ambito dello scibile umano: culturale, religioso, scientifico, politico, economico e sociale. L’uomo dovrà difendere la propria identità versus la natura snaturata che ha creato se non vorrà essere travolto dalla sua creatura, ma in che modo? I diritti naturali sono la sua essenza: il tratto distintivo tra l’uomo e la macchina. La loro difesa determina l’affrancamento da ogni tipo di schiavitù, mentre la libertà “ha di per se l’Eterno”, come Benedetto Croce la intese, perché è il dono Divino escatologico per l’Eternità.
Ma, aihmè, come scrisse il filosofo Martin Heidegger “Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo”.(L’Abbandono)
L’elaborazione algoritmica dell’intelligenza artificiale si muoverà su presupposti scientifici legati alla meccanica quantistica. Il Quantum AI sfrutterà le capacità del calcolo quantistico, come la sovrapposizione e l’entanglement, per migliorare gli algoritmi del machine learning in tutti i campi. Ciò avrà un impatto rivoluzionario sull’uomo, proprio perché il principio base su cui esso si fonda rompe le barriere dello spazio e del tempo inoltrandosi nelle sfere subatomiche del Creato in cui passato, presente e futuro si fondono in una “non località quantistica” durante la quale le particelle interagiscono a vicenda indipendentemente dalla grandezza fisica dello spazio ed in cui l’osservatore influenza l’osservato. Questo metodo che supera il determinismo scientifico e la relatività di Albert Eistein pone la scienza e quindi la ragione in un rapporto nuovo rispetto alla religione. Se il principio di indeterminazione di Werner Karl Heisemberg afferma che non è possibile definire il punto preciso di una particella subatomica né il tempo in cui appare, poiché essa è punto e onda all’unisono e quindi si deve parlare solo in termini probabilistici, possiamo comprendere come la genesi e la vita del Creato si fondi sull’imprevedibile. Se, inoltre, aggiungiamo il dato della composizione di un atomo formato per oltre il 99,99% da energia e da un quasi azzerato numero percentuale di microparticelle, potremmo chiederci cosa e dove sia dunque la materia?
Vi è, quindi, una rinnovata spiritualità che potrà sgorgare dalle pagine della scienza che ammette l’indeterminato come fuoco del motore delle leggi del Creato, che non renda la materia impermeabile all’afflato trascendente di Dio come nel determinismo scientifico, che non confonda il Creatore con il Creato attraverso una formula chiave in grado di svelare la presenza o l’assenza di Dio come in Albert Eistein ed in Stephen Hawking.
E’ possibile che la scienza dei quanti possa contemplare l’Uno e Trino nei gangli delle sue leggi? Potrà mai la ragione fondersi con la fede senza la “e” di congiunzione di due soggetti considerati intimamente separati? La risposta a tali quesiti riporterebbe l’uomo nella sua centralità e dell’universo e della natura snaturata che egli ha prodotto. Proviamo ad immaginare una realtà in cui Dio, Uno e Trino, ritorna nelle pagine del quotidiano della società tecnologica dopo che l’uomo postmoderno ne aveva annunciato la sua morte. Sarebbe un mondo che conserverebbe la coscienza del limite tra la somma libertà dell’uomo ed il Mistero, perché solo delineandone i confini il figlio vede il Padre ed il Padre è nel figlio attraverso lo specchio della sua anima. Sarebbe un mondo in cui l’uomo avrebbe una risposta alla solitudine di fronte all’ecosistema Universo.
Alessandro Gianmoena
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